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Rossa Malpelo

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Più parole (e meno slogan)

Su Roma, su Virginia Raggi e sul coRAGGIo che è andato a farsi fottere se ne sono lette di tutti i colori, in questi giorni. I giornali/spazzatura che ormai siamo abituati a leggere e che ci rifilano dati sbagliati, notizie che non corrispondono ai fatti e cattiverie gratuite, ci hanno sguazzato alla grande. Lungi da me difendere Virginia Raggi: ha tradito quei principi che ha sbandierato con forza in campagna elettorale, omettendo e mentendo come ha fatto. Non l’ho votata ma sono stata tra quelli che ha sperato, il giorno dopo, che qualcosa sarebbe potuto cambiare, in questa città. E nonostante il chiacchiericcio politico, le schermaglie da programmino defilippesco del primo pomeriggio, ci spero ancora. Perché?

Perché, per la prima volta dopo più di vent’anni, la strada dove abito è stata completamente asfaltata. Perché, per la prima volta dopo più di vent’anni, sono state disegnate le strisce pedonali e quelle per il parcheggio, tutte dritte, bianche e scintillanti. E che sarà mai? Penserà qualcuno. È poca cosa, forse. Ma il percorso di una città che “guarisce” i suoi mali è fatta di tante piccole cose, di tanti piccoli passi. Per questo mi fanno imbufalire le emorragie mediatiche dei 5 Stelle. Per questo il fegato mi rode assai quando non rispondono alle domande, quando temporeggiano, quando si contraddicono. Per questo mi mangerei volentieri le dita di una mano invece di vedere che si rintanano nei loro cerchi perché non sanno come agire davanti allo sfacelo raccontato dai mass media.

In fondo, di cosa stiamo parlando? Di nulla. Di telefonate, di messaggini, di e-mail, di questo che è antipatico e non può vedere quell’altro, di quell’altro che vuole uno stipendio e nisba e ancora, ancora, ancora e ancora il niente. L’assoluto, terrificante, incomprensibile niente. Una cosa la Raggi deve avere il coraggio di farla: cambiare strategia mediatica. Cominciare a comunicare in maniera diversa. Essere chiara e limpida, chiedere scusa all’occorrenza, minimizzare le stronzate raccontate finora sui giornali e sfruttare le occasioni nelle quali è assediata per raccontare quello che stanno facendo. Perché di cose, per fortuna per noi romani, ne stanno facendo. Alcune piccole, altre più importanti, ma si stanno muovendo. Ed è di questo che Roma ha bisogno, in questo momento.

D’altronde, Raggi & Co., non sapevate, voi, di avere tutta la stampa contro? Se sì, perché, mi chiedo, non avete preparato degli efficaci e convincenti piani di comunicazione per prevenire e fronteggiare gli attacchi che (e lo sapevano pure i ratti di Tor Bella Monaca) ci sarebbero stati? Se no, mi chiedo ancora, che razza di leader siete? Che diamine di governi potreste voler governare? La politica, vi piaccia o no e voi ci siete dentro, è anche questo: comunicazione. Buona comunicazione. Pretendere di essere dei non politici, dei dilettanti allo sbaraglio con l’assurda convinzione di fare discorsi nuovi, non ha avuto il benché minimo risultato. Vi siete difesi con i soliti argomenti, triti e abusati, di quella gobbosa classe politica che andate tanto criticando.

D’altronde si sa, fa più rumore una pianta che cade, che una foresta che cresce (leggi: fa più rumore un’e-mail sottovalutata che una strada rifatta). Perciò, mia nonna vi direbbe: fate una cosa per volta, fatela bene e poi assicuratevi di farlo sapere in giro. Sempre. Magari qualcuno comincerà a parlare della manutenzione agli autobus e non dell’ultimo messaggino che vi siete scambiati. Viva le parole (e abbasso gli slogan).

Il femminicidio dipende anche da noi

«Mamma, è vero che le femmine giocano a tennis e non a calcio? A calcio ci giocano solo i maschi perché non è un gioco da femmine». Sono stanca. È uno di quei momenti in cui hai bisogno soltanto di ficcare la testa sotto le coperte per svenire fino allo strazio della sveglia ma mio figlio di quattro anni non ne vuole ancora sapere di andare a dormire e mi pone l’ennesima domanda esistenziale. Sto per rispondere “sì, è così, hai ragione, ora però vai a letto che domani c’è la scuola”. Una risposta svogliata, solo per troncare in fretta la conversazione. Mi fermo appena in tempo.

Ho letto un numero oggi: cinquantotto. Potrebbe sembrare un numero come tanti. È un numero come tanti. Eppure non è un numero qualsiasi. Cinquantotto sono le donne morte per mano di mariti/ex mariti, fidanzati/ex fidanzati, uomini in generale, nella sola prima metà di questo 2016. Fra sei mesi il bilancio sarà ancora più agghiacciante. Cinquantotto (ripetiamolo) casi di femminicidio compiuti per mano di “uomini che odiano le donne”, bestie educate al possesso di una “femmina” che non è mai all’altezza, inferiore e, pertanto, non autorizzata a prendere decisioni per se stessa.

Le femmine appartengono ai maschi. I maschi decidono il bello e il cattivo tempo, stabiliscono quali lavori possiamo (e non possiamo) fare, decidono quali sport dobbiamo (o non dobbiamo) praticare. Le femmine, noi femmine ci adeguiamo. Ci adeguiamo ai loro tempi, alle loro opinioni. Ci adeguiamo quando rinunciamo alle nostre ambizioni, quando accettiamo le quote rosa (che poi, chi l’ha detto che rosa è per forza femmina?). Ci adeguiamo quando pensiamo che un sindaco donna, una sindaca, non ce la può fare a governare una città come Roma. Ci adeguiamo quando pretendiamo che le lampadine, in casa, le cambino gli uomini. Ci adeguiamo quando riteniamo che no, i maschietti lo smalto non possono, non devono, metterlo. Ci adeguiamo quando siamo in attesa e compriamo tutine azzurre perché sarà un bambino. Ci adeguiamo quando pensiamo che sì, in effetti, il calcio è uno sport per soli maschi.

Ci adeguiamo perché non capiamo che per fermare quel numero, cinquantotto, per farlo magari diventare uno zero, ci dobbiamo impegnare anche noi. Il femminicidio dipende anche da noi. Dipende pure da quello che risponderò a mio figlio.

«Adesso mamma ti spiega una cosa. Ci sono tante femmine che giocano a calcio e sono molto brave. Fanno tiri fortissimi e segnano tanti gol».
«Come Totti?».
«Forse meglio».
«Allora, domani, se Irene mi chiede di giocare le dico di sì, che a calcio ci possono giocare anche le femmine».
Ecco. Così va già meglio. Va già molto meglio.

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